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Essere nomadi digitali oggi: meno spiaggia, più organizzazione

Mi piace definirmi nomade digitale, ma ogni volta che uso questa espressione mi viene un po’ da ridere.

Perché appena dici “nomade digitale” viene subito in mente una persona scalza sulla spiaggia, computer sulle ginocchia, cocco fresco accanto e mare cristallino davanti.

Bellissimo. Un sogno esotico che, al solo pensiero, fa venire voglia di ordinare una caipirinha.

Il problema è che quella scena funziona molto bene su Instagram e molto meno nella vita reale.

Qualcuno di voi ha mai provato davvero ad accendere un computer in spiaggia?

Il sole si riflette sullo schermo. C’è vento. La sabbia entra ovunque. La batteria decide che quello è proprio il momento giusto per entrare in modalità risparmio energetico. Qualcuno urla. Qualcun altro gioca a racchettoni a tre metri dalla tua testa.

Dopo dieci minuti hai già capito che lavorare dalla spiaggia è una pessima idea.

Ed è forse questo il primo equivoco sul nomadismo digitale: non significa necessariamente lavorare in posti esotici.

Significa soprattutto poter scegliere dove vivere mentre continui a lavorare.

Io ho iniziato nel 2019

La mia prima esperienza è stata a Tel Aviv nel 2019. Poi sono arrivati Cagliari, due volte, Tarifa e Lagos.

Negli anni ho trovato una formula che per me funziona: per circa due mesi all’anno traslo una parte della mia vita e del mio lavoro fuori da Rimini.

Non parto per fare una vacanza di otto settimane.

Parto sapendo che continuerò ad avere clienti, appuntamenti, telefonate, riunioni, problemi da risolvere e scadenze.

La differenza è che, quando chiudo il computer, sono in un posto diverso.

Ed è proprio questo l’aspetto che mi interessa di più.

Non la possibilità di lavorare sulla spiaggia.

La possibilità di vivere per qualche settimana in un altro luogo senza interrompere completamente la mia vita professionale.

La parte poco instagrammabile del nomadismo digitale

Per lavorare bene da remoto servono cose molto più banali di una palma.

Serve una casa comoda. Serve una connessione stabile. Serve una scrivania dove poter lavorare davvero. Serve eventualmente un coworking vicino. Serve soprattutto un luogo nel quale poter fare una telefonata senza avere accanto qualcuno che frulla un mojito.

Sono dettagli poco affascinanti, ma fanno tutta la differenza.

Quando scelgo una destinazione, quindi, non penso soltanto al clima, al mare o a quanto sia bella la città.

Mi chiedo anche:

posso lavorare bene?

La connessione è affidabile?

Ho uno spazio tranquillo?

Posso fare videocall senza problemi?

Ci sono luoghi alternativi alla casa dove poter lavorare?

Perché il lavoro rimane lavoro anche quando fuori dalla finestra ci sono l’oceano e 25 gradi.

Il problema vero non è la tecnologia

Oggi la tecnologia ci permette una mobilità che fino a qualche anno fa sarebbe stata molto più complicata.

Laptop, cloud, videoconferenze, CRM, strumenti di collaborazione online: dal punto di vista tecnico possiamo lavorare praticamente da qualsiasi luogo.

Il problema, secondo me, non è più tanto “posso farlo?”.

La domanda è: riesco a farlo bene?

Perché poter rispondere alle mail dalla Spagna non significa essere organizzati.

Poter partecipare a una riunione da Lisbona non significa necessariamente riuscire a mantenere la stessa qualità del lavoro.

Il rischio è semplicemente trasferire il caos dell’ufficio in un posto più bello.

E magari con una vista migliore.

Libertà e routine

Negli anni ho capito che il nomadismo digitale funziona, almeno per me, solo se riesco a tenere insieme due parole che sembrano quasi contraddittorie: libertà e routine.

La libertà è quella di poter cambiare città, ambiente e abitudini. La routine è quella necessaria per continuare a lavorare bene.

Quando sono fuori continuo quindi a organizzare le mie giornate. Cerco di proteggere le ore più produttive.

Lavoro per blocchi. Tengo le riunioni nei momenti stabiliti.

Porto avanti i progetti esattamente come farei da casa.

La differenza è che, quando finisco, posso vivere un ambiente completamente nuovo.

È un equilibrio che non sempre riesce.

Ci sono giornate in cui il mare fuori dalla finestra è una tentazione notevole.

Ce ne sono altre in cui ti ritrovi comunque davanti al computer fino a tardi e ti chiedi perché sei andato fino in Portogallo per fare esattamente quello che facevi a Rimini.

Anche questo fa parte del gioco.

Non sei in vacanza

Un altro aspetto importante è questo.

Il nomadismo digitale non è necessariamente una vacanza lunga.

Se sei in vacanza, la tua priorità è divertirti, riposarti, visitare un posto. Se stai lavorando da remoto, la tua priorità continua a essere il lavoro.

Il resto viene dopo.

Questa distinzione sembra banale, ma cambia parecchio il modo in cui organizzi una giornata.

Durante la settimana posso trascorrere molte ore davanti al computer.

Posso avere riunioni. Posso avere telefonate difficili. Posso avere un problema con un cliente.

La differenza è che alle 18 posso uscire e trovarmi a Tarifa, a Lagos o in un quartiere di Tel Aviv.

Non ho bisogno di trasformare ogni giorno in una vacanza.

Mi basta avere la possibilità di vivere il posto nel tempo che rimane.

Vivere un luogo invece di visitarlo

Questo è probabilmente l’aspetto che apprezzo di più.

Restare alcune settimane nello stesso posto permette di viverlo in maniera diversa.

Non devi concentrare tutto in quattro giorni. Non devi vedere cinque monumenti prima di pranzo perché domani riparti.

Puoi fare la spesa nello stesso supermercato. Puoi trovare il bar dove torni ogni mattina.

Puoi avere il tuo ristorante preferito. Puoi andare a correre nello stesso percorso.

Puoi conoscere persone. Inizi lentamente a comportarti più come un residente temporaneo che come un turista.

Ed è una sensazione che, personalmente, mi piace molto.

Non funziona per tutti

Non penso neanche che il nomadismo digitale sia necessariamente il futuro del lavoro o che tutti dovrebbero farlo.

Dipende dal tipo di professione. Dipende dalla famiglia.

Dipende dai clienti. Dipende dalla capacità personale di lavorare fuori dal proprio ambiente abituale.

E dipende molto anche dal carattere.

Qualcuno ha bisogno del proprio ufficio, della propria postazione e delle proprie abitudini.

Altri funzionano benissimo cambiando ambiente.

Non c’è una formula universalmente corretta.

Io ho semplicemente trovato una modalità che, per alcuni periodi dell’anno, funziona per me.

Il vero lusso non è lavorare dalla spiaggia

Alla fine il punto è questo.

Il vantaggio del nomadismo digitale, per me, non è stare davanti al computer con i piedi nella sabbia.

Quella, francamente, è una gran rottura di scatole.

Il vantaggio è poter spegnere il computer e, cinque minuti dopo, essere dentro una vita diversa da quella abituale.

Essere al mare. Andare a correre. Fare kite. Passeggiare in una città nuova.

Bere qualcosa in un posto dove fino a qualche settimana prima non eri mai stato.

E il giorno dopo ricominciare a lavorare.

Siamo in un’epoca in cui gli strumenti informatici ci permettono una mobilità senza precedenti. Ma questo non significa che lavorare sia diventato semplice.

Per costruire un’attività che possa essere gestita anche da lontano servono comunque organizzazione, tempo, disciplina, pazienza e probabilmente parecchi errori.

Se state cercando il metodo per lavorare un’ora al giorno da una spiaggia tropicale e guadagnare un milione di euro al mese, purtroppo non posso aiutarvi.

Quella formula io ancora non l’ho trovata.

Se invece l’obiettivo è lavorare seriamente e riuscire, ogni tanto, a farlo da un posto diverso, allora sì.

Quello si può fare.

E, almeno per me, ne vale parecchio la pena.

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