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Diario di una telefonata #1

I 17 secondi in cui ho capito perché certe chiamate commerciali non funzionano

Qualche giorno fa ho ricevuto una chiamata commerciale.

È durata circa 17 secondi.

Non è molto, lo so. Diciassette secondi sono il tempo di aprire una porta, bere un sorso d’acqua, leggere due righe di una mail. Eppure, in quei 17 secondi, c’era dentro quasi tutto quello che spesso non funziona nel telemarketing fatto male.

La telefonata è iniziata così:

“Buongiorno, la chiamo in qualità di titolare dell’azienda Volo Alto perché siamo nella sua zona questa settimana e vorremmo proporle un incontro senza impegno per valutare…”

E poi avanti.

Tutto d’un fiato.

Senza una pausa.
Senza una domanda.
Senza un momento in cui io potessi anche solo capire se quella conversazione meritasse attenzione.

L’operatore stava seguendo uno script. Questo era evidente. E lo script, probabilmente, era anche stato costruito con una certa logica: identificazione del destinatario, riferimento territoriale, proposta di incontro, promessa di valore. Tutto apparentemente corretto.

Il problema è che una telefonata commerciale non è una sequenza di parole da scaricare addosso a una persona. È una relazione che prova a nascere. E una relazione, anche minima, anche telefonica, anche di pochi secondi, ha bisogno almeno di una cosa: spazio.

In quei 17 secondi, invece, spazio non ce n’era.

Mentre l’operatore parlava, nella mia testa si stavano già aprendo alcune domande.

La prima è nata subito:

“La chiamo in qualità di titolare dell’azienda Volo Alto.”

Ok. Ma questa informazione da dove arriva?

Mi conosci davvero? Hai visto il mio sito? Hai letto qualcosa su di me? Sai cosa facciamo? Oppure il mio nome è semplicemente finito dentro un database, insieme a centinaia di altri contatti, con una colonna che dice “titolare” e una che dice “azienda”?

La frase voleva sembrare specifica. In realtà mi è sembrata generica. O meglio: una falsa specificità. Quelle formule che sembrano personali, ma che si potrebbero usare identiche con altri mille interlocutori.

Poi è arrivata la seconda frase:

“Siamo nella sua zona questa settimana.”

Anche qui, altra domanda.

Quale zona?

Rimini? Emilia-Romagna? Nord Italia? La mia provincia? Il mio quartiere? La “zona” è uno di quei termini comodissimi perché non dice nulla, ma sembra dire qualcosa.

E quando in una telefonata commerciale una frase sembra personalizzata ma non lo è davvero, il rischio è immediato: l’interlocutore lo sente. Magari non lo razionalizza subito, ma lo percepisce. Avverte che non c’è una vera attenzione, ma una formula già pronta.

Poi è arrivata una delle espressioni che personalmente amo meno nelle telefonate commerciali:

“Un incontro senza impegno.”

Ecco, qui mi fermo.

Perché “senza impegno” è una frase che viene usata tantissimo, ma secondo me andrebbe maneggiata con molta più cautela.

Che cosa significa davvero “senza impegno”?

Se due persone si siedono a un tavolo, anche solo per conoscersi, l’impegno esiste già. C’è il tempo di chi propone. C’è il tempo di chi ascolta. C’è attenzione. C’è energia. C’è un’agenda da modificare. C’è una parte della giornata che viene dedicata a quel confronto.

È giusto, ovviamente, che non ci sia nessun obbligo di acquisto. Nessuno deve sentirsi forzato a comprare qualcosa solo perché ha accettato un incontro.

Ma dire “senza impegno” rischia di svalutare il tempo di entrambi.

Molto meglio sarebbe dire qualcosa di più onesto e concreto: “Vorrei capire se può essere utile per lei approfondire il tema” oppure “Le propongo un primo confronto per valutare se ci sono elementi utili”. È diverso. Non promette leggerezza artificiale. Dà dignità al tempo.

La sensazione che ho avuto durante quella telefonata è stata molto semplice: l’operatore voleva arrivare il più velocemente possibile al suo risultato.

Fissare l’incontro.
Completare lo script.
Portare a casa un esito.

Ma non sembrava interessato a capire se io avessi spazio, tempo o interesse per quella conversazione.

Ed è qui che, secondo me, cambia completamente il modo di vedere il primo contatto commerciale.

Una telefonata non dovrebbe essere un piccolo assalto gentile per ottenere qualcosa. Dovrebbe essere l’inizio di una relazione. Anche molto piccola. Anche fragile. Anche destinata a chiudersi in pochi secondi.

Ma per essere una relazione deve prevedere ascolto.

Prima di proporre, per me bisogna capire.

Capire se è un buon momento.
Capire se dall’altra parte c’è apertura.
Capire se la persona ha voglia o possibilità di ascoltare.
Capire se il servizio di cui vorrei parlare può avere un senso per lei.
Capire se vale la pena continuare la conversazione oppure se è meglio fermarsi, salutare e magari riprovare in un altro momento.

Nel Metodo Maestri, la telefonata commerciale non parte dalla frase perfetta. Parte dall’intenzione giusta.

Lo script serve, certo. Anzi, è fondamentale. Ma non deve diventare un binario cieco. Lo script deve aiutarmi a non perdermi, non a ignorare quello che succede dall’altra parte.

Perché dall’altra parte non c’è “un lead”.
C’è una persona.

Una persona che magari è concentrata su altro. Che magari è in ritardo. Che magari ha appena chiuso una riunione difficile. Che magari, se trattata con rispetto, potrebbe anche ascoltarmi. Ma se sente subito addosso una raffica di parole, si chiude.

E non perché sia maleducata.
Perché si sta difendendo.

La telefonata commerciale fatta bene, secondo me, non deve sembrare una performance. Deve sembrare un tentativo ordinato e rispettoso di aprire un dialogo.

A volte basta davvero poco.

Una pausa.
Una domanda.
Una frase meno automatica.
Un riferimento più preciso.
Un tono meno urgente.
La capacità di fermarsi prima di voler arrivare subito al risultato.

Perché il punto non è solo fissare un incontro. Il punto è capire se quell’incontro ha senso.

E questa differenza, nel commerciale, è enorme.

Una chiamata aggressiva può anche ottenere qualche appuntamento. Ma spesso crea appuntamenti deboli, poco convinti, presi più per chiudere la telefonata che per reale interesse.

Una chiamata costruita meglio, invece, magari produce meno incontri immediati, ma genera conversazioni più pulite. Più oneste. Più utili. E soprattutto più coerenti con il tempo delle persone.

In quei 17 secondi ho sentito una cosa molto chiara: quando una telefonata parte solo dal bisogno di chi chiama, diventa pesante.

Quando invece parte dalla curiosità verso chi ascolta, può diventare interessante.

Non sempre funzionerà. Non sempre troveremo la persona disponibile. Non sempre l’interlocutore avrà tempo, budget, interesse o necessità.

Ma cambia il modo in cui entriamo nella conversazione.

E spesso, nel primo contatto commerciale, è proprio lì che si gioca tutto.

Non nella frase perfetta.
Non nella promessa più brillante.
Non nella formula “senza impegno”.

Ma nell’intenzione.

Perché una telefonata commerciale, prima ancora di vendere qualcosa, dovrebbe provare a fare una cosa molto semplice: non far pentire l’altra persona di aver risposto.

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